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Up in the air

Sono andata a vedere questo film con George Clooney e lui mi piace sempre di più, come attore (non credevo, e invece…). Il film parla di un uomo che, per lavoro, si occupa di licenziare persone per conto terzi. E’ sempre in giro per il mondo e accumula tessere punti di ogni tipo, ma lo fa con l’unico scopo di accumulare e non si concede mai il lusso di un viaggio premio o di una vacanza. E’ una persona sola, che si è tagliata volontariamente fuori dal resto del mondo e si è allontanata dalla sua famiglia, finché…

Il film fa riflettere su molte cose: sulla situazione di crisi attuale, sulle prospettive dopo il licenziamento, sull’importanza di avere un lavoro per sentirsi realizzati ma anche sulla tecnologia, che sostituisce i rapporti interpersonali dal vivo perché più economica e quindi più conveniente per le aziende. Insomma: un bel film, molto attuale. E in più non c’è la solita sfilata di bellocci che lo rendono poco credibile.

Peccato che, essendo tantissimo che non vedevo un film doppiato,  le voci dei doppiatori mi abbiano un po’ rovinato il film. E io sono fortemente a favore del doppiaggio, eh! Ma iniziano a starmi sulle scatole i soliti quattro nomi con le solite quattro voci per tutto il panorama attoresco mondiale. Per non parlare della dizione che va peggiorando nel tempo, così ogni tanto saltano fuori dei “vabbene” o “sto apposto” fastidiosissimi. E poi, santapolentamartiredeilinguisti, è mai possibile che i nomi stranieri vengano storpiati da gente che invece dovrebbe pronunciare bene?

Già le traduzioni per il doppiaggio sono approssimative, per tutta una serie di costrizioni a cui bisogna sottostare, già abbiamo il monopolio romanocentrico delle voci, almeno cerchiamo di non dire [oma'ha] per[ 'omaha].

E poi, perché uno al telefono deve dire “Tutto apposto, tutto apposto” invece che un semplice “Va bene, va bene”? E perché il titolo è stato tradotto con “Tra le nuvole” che dà un significato ambiguo e un po’ più leggerino al titolo originale, “Up in the air”?

I dunno. Ma sto iniziando ad odiare la mafia dei doppiatori.

Sogni

E’ una settimana che ho male a una spalla. Non riesco a dormire in nessuna posizione: è un calvario. Mi giro e mi rigiro nel letto e faccio sogni stranissimi, a puntate. Poi mi sveglio e ho i sogni vividissimi nella memoria. Ma che legami ci sono tra i nostri ricordi, le nostre esperienze e i sogni? Io ho anche dei sogni ricorrenti, che faccio quando mi trovo in un particolare stato d’animo o di salute, e anche questi me li ricordo benissimo, scorrono come un film nella mia mente. Il sogno dell’altro giorno, però, è davvero strano.

Ho sognato che frequentavo l’università a Genova e dovevo dare un esame. Insieme ad alcune mie compagne andavamo a iscriverci all’esame, di persona, perché via internet non si poteva fare. Arrivavamo a Genova e andavamo in questo ufficio gremito di scrivanie, rumorosissimo, in un seminterrato con le pareti pitturate di verde fino a metà altezza. Un ufficio grandissimo. Ci mettevamo in fila per iscriverci e l’iscrizione funzionava così: bisognava dire nome e cognome e poi il tizio che segnava tutto sul registro assegnava un numero di iscrizione e lo scriveva sulla mano di ciascun iscritto (sul dorso della mano vicino al pollice). Noi eravamo le prime ad arrivare, ma questo impiegato faceva passare altra gente prima di noi e noi ci arrabbiavamo. Lui scriveva i numeri di iscrizione con le cifre romane: I, II, ecc… Quando toccava a me ero la numero quattro, ma lui non si ricordava come si scriveva 4 in cifre romane e perdeva un sacco di tempo a chiedere ai suoi colleghi, che lo prendevano in giro e non glielo dicevano. Noi gli dicevamo: “Si scrive IV, IV.” ma lui non ci ascoltava e a un certo punto, spazientito, prendeva la mia mano e scriveva “648″ come numero e poi prendeva un po’ d’acqua e mi cancellava il 6 e l’8, lasciando il 4 scritto normale. Poi io e le mie compagne andavamo via e tornavamo a casa a piedi camminando in collina e sotto di noi c’era una valle con un paese antico e una bella chiesa. Non c’erano macchine e camminavamo in mezzo alla strada di terra battuta. Poi parlavamo del fatto che ci serviva un appartamento per studiare a Genova e nessuna di noi ce l’aveva e forse avremmo fatto avanti e indietro, tanto dovevamo seguire solo un corso.

Fine del sogno, perché mi sono svegliata. Adesso trovatemi qualche significato logico in tutto ciò!

Voglio andare a vivere in campagna…

Sarà perché geneticamente sono contadina, sarà perché fin da piccola mi piaceva guardare “La casa nella prateria” e altri telefilm del genere, ma io ho sempre amato la campagna. La natura, il lavoro fisico, mettere le mani nella terra, sentirne l’odore, vedere le larve, sudare e veder crescere quello che ho piantato. Mangiare le mie verdure mi dà un’enorme soddisfazione e soffro nel vivere in un posto in cui lo spazio riservato alla natura “vera” si sta riducendo sempre di più. Ogni tanto sogno di andare a vivere da qualche altra parte, dove ci sia davvero la campagna, dove ci siano davvero prati, alberi, fiumi, montagne all’orizzonte. Dove gli occhi possano spaziare.

Poi, però, c’è un’altra parte di me che non potrebbe vivere senza la città. Città città. Metropoli. Mica città di provincia con meno di un milione di abitanti. Città dove si trovi tutto. Dove si trovino ristoranti, teatri, cinema, mostre, concerti, esposizioni, negozi di tutti i tipi, scuole, corsi, eccetera. Dove ci siano tutte le opportunità che uno si può immaginare. Perché io, in campagna, senza queste potenziali opportunità, starei male. Perché io, quando compro qualcosa o faccio qualcosa, voglio prima esaminare tutte le possibili scelte che mi si presentano davanti e non mi accontento di scegliere tra due cose.

Ieri sera ho visto un film in anteprima assolutissima (non dirò il titolo per adesso) e questo mi ha fatto riflettere sulla mia ambivalenza. Sul fatto che non sono completamente soddisfatta del posto in cui vivo perché non riesco ad amalgamarmi allo stile di vita di qui, ma nello stesso tempo non vorrei andare a vivere in città perché mi mancherebbe la natura e perché non apprezzo nemmeno il modo di vivere del cittadino tipico. Nel film di ieri, ambientato in the USA, of course, i protagonisti si ritrovano in un’anonima cittadina in the middle of nowhere, loro che fino al giorno prima vivevano a New York, viziati dalle mille opportunità della città. Il contrasto tra la vita nella provincia più campagnola dell’America e la vita rutilante di NYC è fortissimo. Noi, che pensiamo agli Stati Uniti come ad un posto abbastanza omogeneo, ci rendiamo conto che non è così, che ci sono grandi differenze culturali tra i vari stati e tra città e provincia. Dalla mia esperienza con gli americani, posso dire che sono un popolo sorprendente per la capacità di adattamento: se da un lato sono viziatissimi per tutto ciò che hanno (tecnologicamente parlando e anche dal punto di vista dei servizi e del commercio), dall’altro non si fanno tanti problemi se devono vivere in un posto dove ragni, scarafaggi e serpenti sono all’ordine del giorno, o dove un giorno sì e uno no ci sono terremoti o potenziali cicloni. Forse è più facile per un newyorkese trasferirsi in Montana che per un milanese andare a vivere nelle colline piacentine?

Capodanno last minute

Certe cose non hanno prezzo (per tutto il resto, ho la Mastercard).

Premessa: io non sono una che ama festeggiare il Capodanno, tranne se si fa una cosa in piccolo tra amici. Non mi piacciono i cenoni o le seratone in cui si mangia male e si spende troppo, non mi piacciono le feste-bolgia e non mi piace essere in mezzo a troppa gente che si sente in dovere di divertirsi. Per questo avevo programmato una tranquilla seratina casalinga, come sempre. Ma, complice un viaggio di lavoro di mio marito, la seratina si è trasformata in un viaggio! Sono tornata a Dubai e mi sono goduta un paio di giorni di temperatura primaverile, ho camminato per chilometri come al solito, sono riuscita a piazzarci dentro una visita ad Hatta (villaggio tradizionale), un po’ di shopping (cosa sono i milioni se si possono avere le scarpe? Però sono stata sui 150 euro in tutto!), buona cucina marocchina, irachena e iraniana, un po’ di relax e di torture in un centro estetico e la vista del Burj Dubai appena prima dell’inaugurazione. Ah, anche un giro in un quartiere mai visitato, Satwa, che si è rivelato molto caratteristico e pieno di sarti (servizio che mi è tornato utile).

Il viaggio d’andata è stato fantastico: ho viaggiato in business grazie alle miglia (ah, le tessere punti!), ho evitato la fila chilometrica all’imbarco grazie al Fast-track (ah, le tessere punti!), ho dormito e mangiato benissimo, facendo pure l’aperitivo nella sala Pergolesi (ah, le tessere punti!). Arrivata là ho trovato un autista che mi ha accompagnato in albergo (ah, le tessere punti!). In albergo, altro colpo di fortuna: siccome la camera era senza vista sul Creek, colazione e aperitivo erano inclusi. E anche l’autista per andare in aeroporto (ah, le tessere punti!). Al ritorno sono stata meno fortunata perché sono rimasta in classe economica nonostante mio marito fosse in business per motivi di overbooking, ma è stato bello così: ho passato ore piacevoli a chiacchierare col mio vicino, un ragazzo italiano che lavora a Dubai.

Capodanno: crisi o non crisi, tutti i ristoranti per occidentali facevano cenoni o feste a tema ed erano al completo. Prezzi a partire dai 200 euro fino ad arrivare anche a più di 1000. La cosa complicata era trovare il numero di telefono di qualche ristorante che non avesse feste in programma! Il nostro ristorante preferito, per esempio, non è sull’elenco telefonico e in un posto come Dubai, nel traffico caotico degli orari di punta, non è certo pensabile andare in giro alla ricerca di un posto dove mangiare. E poi volevamo vedere i fuochi d’artificio del Burj al Arab e quindi dovevamo dirigerci verso la spiaggia. Alla fine abbiamo mangiato in un ristorante marocchino al Mall of the Emirates (60 euro in due) e siamo andati al Suq Madinat Jumeirah per vedere lo spettacolo. Anche qui c’erano un sacco di ristoranti e locali con feste, era impossibile trovare un posto a sedere, ma per fortuna la terrazza aveva una vista splendida sul Burj al Arab e abbiamo potuto goderci i fuochi senza ressa. Il problema è stato il ritorno: centinaia di persone cercavano un taxi per tornare. Così, vestita come Cenerentola al ballo, ho camminato per 40 minuti prima di trovarne uno libero. I miei piedi non si sono divertiti molto e la mia schiena infortunata da mesi piange ancora oggi, ma ne è valsa la pena lo stesso!

Il Burj Dubai, ribattezzato oggi Burj Khalifa durante l’inaugurazione, è veramente incredibile. Già era impressionante in fase di costruzione ma vederlo finito, scintillante e circondato da una piscina con fontane e prati è veramente spettacolare. Alla fine è nata una nuova città, perché oltre al grattacielo e al Dubai Mall (dove c’è veramente tutto quello che si può immaginare), hanno costruito anche un nuovo albergo, l’Address, e un altro suq (Al Bahar) con albergo adiacente. Quest’ultimo centro commerciale è ancora semivuoto, ma costruito sul modello dei suq arabi tradizionali, quindi bello anche da visitare.

All’interno del Dubai Mall, nel mio centro estetico preferito (l’unico che frequento, una volta all’anno… e questa era la seconda), mi sono goduta un massaggio di un’ora e poi mi sono messa nelle mani di 4 donnine filippine che non hanno taciuto un secondo mentre mi torturavano a vicenda. Ogni tanto captavo qualche parola spagnola nel loro flusso ininterrotto, ma chissà cosa si raccontavano… Una mi faceva la pedicure, una la manicure, una mi teneva le palpebre tirate e la quarta mi faceva il threading alle sopracciglia. Un’esperienza surreale: mi sentivo una bambola di pezza. Che gusto ci proveranno le star a essere sempre pettinate-curate-acconciate e truccate come pupazzi, proprio non lo so. Io sono rimasta quasi tre ore, compreso il massaggio, ma non avrei resistito un minuto di più! Però ho finalmente provato il threading, di cui avevo visto dei filmati su youtube: consigliatissimo! Io non vado dall’estetista e mi faccio sempre le sopracciglia con la pinzetta, ma credo che in Italia non sia ancora diffuso (non so se lo sarà mai). Il dolore è quasi lo stesso però le sopracciglia vengono disegnate molto meglio: sono “pulite” ma naturali, non come quelle cose sottilissime che si vedono da noi. Detto tra noi, lo stile arabo mi piace moltissimo: sopracciglia folte e decise, ben disegnate, non inesistenti.

Alla fine Dubai non mi ha deluso nemmeno stavolta. Anche se non si vuole fare shopping, il solo andare in giro in mezzo a tutte queste persone di colori differenti è una bella esperienza. Sentire tutte queste lingue diverse, vedere gente vestita nei modi più disparati, trovare ristoranti di tutti i tipi, vedere colori e stili architettonici arabi, provare i profumi, salire sulle barchette, sentire il muezzin che richiama alla preghiera… Tutto mi riempie di la testa di pensieri e mi soddisfa come nessun’altra cosa al mondo.

Anche l’ignoranza è madrelingua

Essendo un’aspirante traduttrice conscia dei suoi limiti e convinta di quello che sa fare, vorrei sfatare il “mito del madrelingua”. Un madrelingua sa l’inglese meglio di un italiano solo perché è inglese?  Certo, sarà più sciolto nella comunicazione e avrà una pronuncia migliore ma per quanto riguarda la sensibilità linguistica essere madrelingua non avvantaggia.
Se tutti i madrelingua (inglesi, tedeschi, italiani, spagnoli) sapessero bene la loro lingua, non ci sarebbe nessuno che fa errori o scrive strafalcioni, no? Ma sappiamo benissimo che non è così! Quanti italiani madrelingua sbagliano i congiuntivi, le “h” e l’ortografia? Be’, allora sicuramente esisteranno studenti di italiano che sanno l’italiano meglio di tali madrelingua. E non parlo di una minoranza!

Mi è capitato spesso, negli ultimi anni, di avere a che fare con persone bilingui italiano-inglese, che ovviamente si beavano della loro pronuncia perfetta e sostenevano di sapere l’inglese molto bene. Peccato che poi all’esame di inglese prendessero voti bassi, senza capire i propri errori e incolpando i professori, invece di arrabbiarsi con se stessi (per non aver studiato) oppure di farsi spiegare gli errori per non commetterli più. E mediamente gli altri si stupiscono di questi voti bassi dicendo: “Ma come? E’ un madrelingua!” (errore: tenete sempre presenti gli italiani che non sanno l’italiano, e applicate la stessa regola agli inglesi).
Molti fanno errori da far accapponare la pelle! Lasciamo pure perdere la confusione tra it’s/its, they’re/their e così via, che pure è un errore molto diffuso. Quello che mi sgomenta è sentire un bilingue che non sa tradurre una frase banale. Ecco, se uno traduce “il bianco cresceva indistinto” per “white grew indistinct”, non solo non sa l’inglese (cosa risolvibile, perché qualsiasi dizionario spiega che grow è anche ‘divenire, diventare, farsi’), ma non sa nemmeno l’italiano, perché nessuno si sognerebbe mai di dire che “il bianco cresce indistinto” (nella penombra della sera)! Io ho una naturale propensione per le lingue: mi baso molto sull’intuito e l’inglese l’ho assimilato così, e quando cercavo sul vocabolario le mie intuizioni venivano confermate. Ma quando non ho la minima idea cerco, non improvviso! Non traduco letteralmente e, se lo faccio, almeno mi assicuro che la frase abbia un significato nella mia lingua. Invece no. C’è chi, madrelingua, casca in questi errori da terza media. E io inorridisco che persone così abbiano una laurea. In lingue, ça va sans dire!

Natale come dico io

Finalmente un Natale come dico io! Un Natale dove non ho dovuto fare regali di circostanza, nonostante ne abbia sempre fatti pochi. Dove non ho spedito cartoline di auguri e nemmeno email o SMS. Niente: me ne sono stata nel mio brodo. Le persone che mi hanno fatto gli auguri o a cui li ho fatti io sono quelle che alla fine contano veramente. Sono quei pochi che si fanno sentire e vedere sempre, e non solo a Natale. I regali ricevuti sono stati pochissimi, quest’anno, ma sentiti. Non dover chiacchierare al telefono con persone che si fanno sentire solo a Natale e il resto dell’anno non si degnano di farsi vedere è stata una vera liberazione. Poche persone uguale maggior qualità! Più tempo da dedicarsi a vicenda e più tempo per stare insieme.

Davvero: un Natale così, tranquillo e appagante, non l’avevo mai avuto. Ieri, cena improvvisata con amici, i quali non appartengono a quella categoria di persone che devono pianificare un incontro con settimane o mesi di anticipo. Gli altri giorni, pranzi e cene in famiglia, in tutta tranquillità. Poi, un po’ di classici televisivi accoccolati sul divano in pigiama, tra noi, con le nostre gatte a tenerci compagnia.

Per me il Natale è questo: freddo fuori, caldo e luci natalizie in casa, un bel divano, una cioccolata, un bel libro e l’amore del mio B. e delle mie tre pelosette!

Buona notte, e buona fortuna.

Chi era Edward R. Murrow? Un giornalista della CBS. Un giornalista coraggioso che, nel suo programma, attaccò il senatore McCarthy e contribuì alla fine di quel periodo buio caratterizzato appunto dal maccartismo. La sua vicenda è raccontata nel film “Good night, and good luck” (2005, regia di G. Clooney) che, pur non avendo scene d’azione (si svolge quasi tutto all’interno di uno studio televisivo), non fa mai calare l’interesse dello spettatore. Il film è girato in bianco e nero e ambientato negli anni ‘50, la musica è stupenda, i dialoghi ben fatti, la recitazione e i personaggi naturali. Sono stati usati spezzoni di interviste e di telegiornali dell’epoca, rendendo il film un vero e proprio documentario. Bravissimo e molto espressivo è l’attore David Strathairn che interpreta Murrow. E non è solo la storia di Murrow che vediamo, ma anche uno spaccato di storia e cultura americana di quegli anni. Vediamo il maccartismo e i suoi metodi inquisitori, ma anche l’American way of life,  e scopriamo, ad esempio, che alla CBS era vietato essere sposati tra colleghi. Ma la storia di Murrow fa soprattutto riflettere sulla funzione dei giornalisti, sulla manipolazione dell’informazione da parte di politici o lobbies, sui retroscena che noi telespettatori o lettori di giornali non conosciamo. Per fortuna qualcuno riesce a opporsi e a fare vera informazione. Ci sono ancora giornalisti così, nel mondo? Ci sono giornalisti così, in Italia? Ne avremmo molto bisogno, oggi.

Sulla mia lapide

Jag hade massor av idéer
Jag hade vägen klar
Jag hade tusentals frågor
Jag hade tusentals svar

Ma vaffanculo!

Non è volgarità, è un titolo di una canzone. Non ve la ricordate? Comunque, volevo dedicarla a tutti i truffatori e gli stronzi del mondo.

Perché, se subisci molestie telefoniche, se qualcuno si sostituisce a te, diffonde i tuoi dati personali su internet e ti diffama non puoi far nulla se non una querela. Anche se hai le prove, anche se siamo nel 20° secolo (mi riferisco a una storia di 10 anni fa) e tu hai tutti gli indirizzi IP del molestatore, con i quali il suo ISP può agevolissimamente risalire al suo nome e inchiodarlo alle sue responsabilità. Anche se c’è la Polizia Postale o Informatica fatta di grandi espertoni (ah ah ah!). Anche se tu sei esperta a tua volta e sai benissimo che si può risalire al molestatore. Anche se i reati sono reati veri e non cazzate come uno scherzo telefonico. Tu puoi querelare e puoi beccarti una controquerela. Fine. Cazzi tuoi, capito?

Perché se cerchi di tutelarti scrivendo nero su bianco che la casa deve essere pronta entro il giorno X e poi non è pronta, e quando te la consegnano ci sono difetti evidenti, e ci sono fatti che il costruttore ha omesso o bugie che ha raccontato riguardo all’area condominiale, puoi fare una causa. E intanto vai ad abitare sotto a un ponte, no? Perché se fai la causa devi aspettare anni prima di rogitare e quindi la casa non è tua. Hai un’altra casa? No? E allora cazzi tuoi, capito? Tieniti questa difettosa e peggio per te se te l’hanno data sei mesi dopo. E taci, capito?

Perché se uno ti vende una cosa e tu paghi e poi non te la spedisce e tu lo solleciti e lui non te la manda e tu lo risolleciti e lui non te la manda e poi richiedi il rimborso e lui non te lo manda e tu allora scrivi pubblicamente di non comprare da lui perché prende i soldi e non ti dà la merce, allora rischi una denuncia per diffamazione. E sono cazzi tuoi, capito? Sei un cretino tu, scusa. Paga alla consegna, no? E se fai la denuncia cosa vuoi che faccia la Polizia che ha tanto da fare coi reati gravi di cui sopra (ah ah ah!) e non può perdere tempo in bazzecole come queste! Su, dài… Lascia perdere.

Perché se ti fai prendere in giro per cinque mesi da un’incapace e poi scoppi e le dài uno spintone per spostarla, e lei non si fa niente, passi dalla parte del torto immediatamente e lei può querelarti per aggressione e minacciarti. Sono ancora una volta cazzi tuoi, capito? Perché tu dovevi farti scrivere le cose nero su bianco (così poi te la prendevi in quel posto lo stesso, come per la casa), perché tu non dovevi perdere la calma, perché tu devi essere contenta che alla fine hai pagato poco per un lavoro che varrebbe di più. Perché tu hai il diritto di chiedere il rimborso, certo, ma poi puoi trovarti con una querela per aggressione. Che fa niente se i carabinieri testimoni hanno visto benissimo che la vittima era in ottima salute fisica e psichica e che tu non stavi dando in escandescenze, ma ti sei solo riappropriata delle tue cose. Quella ti può querelare, capito? E tu cosa vuoi fare? Vorrai mica rischiare una denuncia penale per una questione di civilistica? Solo per una questione di principio? Dài, lascia perdere. La prossima volta, ti consiglio di provocare, sì, ma di farti spintonare tu, così puoi querelare tu per aggressione.

Per tutte queste cose, vaffanculo. Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo!

Il problema è uno solo: se sei onesto e civile subirai sempre. Perché se io fossi una vera stronza, andrei ad aspettare la tizia e l’aggredirei davvero per togliermi almeno la soddisfazione. Oppure la sputtanerei. Oppure le righerei la macchina. Oppure le invierei un pacco esplosivo. O assolderei un picchiatore. Invece no. Io sono qui. Subisco, mi incazzo e me la piglio in quel posto. Come sempre.

(Un grazie della tutela e dell’aiuto a tutte le istituzioni preposte).

p.s.: Aggiornamento del 5/12. Per la serie “uno nasce disonesto”, la commessa del negozio di cui sotto, dopo che io avevo cercato di parlare con la titolare cercando di risolvere la cosa, è andata all’ospedale (tre giorni dopo) a dire che le ho dato un pugno alla nuca. Le hanno dato 15 giorni di prognosi. E mi ha fatto un esposto. Evidentemente si sono prese paura che io potessi chiedere un risarcimento, ma si può essere così falsi? La gente non finirà mai di stupirmi… A questo punto, però, non lascio cadere la cosa. Eh, no! Anche calunniata?

Come difendersi?

Sottotitolo: mai fidarsi di qualcuno! Sotto-sottotitolo: capitano tutte a me?

Io sono una che cerca di essere gentile e porta pazienza, ma poi, quando la pazienza mi scappa, divento furiosa e non mi controllo più. Penso che in certe situazioni potrei benissimo uccidere (in caso di aggressione, per es., non certo se uno mi supera a un semaforo!), ma normalmente mi limito a litigare, tremante di rabbia, e a volte mi capita di insultare l’altra persona, così mi tiro la zappa sui piedi. Tipico atteggiamento del debole frustrato che poi scoppia.

Ma questa volta non è andata così. Ero calma, calmissima. E non ha funzionato nemmeno così perché l’altra persona mi ha urlato addosso e ha inventato un sacco di bugie e di accuse. Alla fine: il danno e la beffa, come al solito.

Di seguito gli avvenimenti. E notate bene le date! Il 3 luglio ho portato una stoffa da una sarta per farmi fare un vestito estivo.  Io speravo di averlo pronto per le vacanze (16 luglio), ma non era una condizione necessaria. La sedicente sarta(*) scrive nero su bianco che il 10 luglio mi farà fare la prima prova. Il 10 luglio vado a provare il vestito come d’accordo e trovo che non ha neppure iniziato per non ricordo più quale motivo. Ok, pazienza. Rimaniamo d’accordo che al ritorno dalle vacanze (stiamo parlando del 5 agosto) farò la prova. Tornata dalle vacanze passo in negozio e il lavoro non è ancora iniziato perché avevo sbagliato a prendere le misure. Pazienza, non mi sono nemmeno preoccupata e abbiamo ripreso le misure. Prossima prova: ci facciamo sentire noi. Arriva il 24 di agosto e non ho notizie. Mando un SMS, perché la signora in questione non risponde mai al numero di telefono che mi ha lasciato(**). Alla fine mi fissa la prova per il 5 settembre, prova che poi salta perché lei ha qualche altro problema. Quando passo di persona in negozio si scusa tantissimo per il disagio e mi dà ogni volta giustificazioni diverse. Vere o false? A me non interessa: io parto dal presupposto che siano vere ma non è ammissibile che, se una persona si prende un lavoro e ha problemi a farlo, non avverta mai il cliente dei problemi che ci sono! Se ero io a mandare messaggi o passare in negozio, mi diceva che aveva avuto dei problemi, ma altrimenti faceva passare settimane senza farsi sentire. Io mi lamentavo con lei ma portavo pazienza perché non pensavo di arrivare fino ad oggi. Dài e ridài, ad ottobre il vestito era tagliato e imbastito e pensavo che fossimo giunti alla fine di questa telenovela fastidiosa. Invece no. All’ultima prova, il 5 novembre, il vestito mancava ancora della cerniera e dell’orlo, nonché delle spalline! La tipa ha avuto pure il coraggio di dirmi che erano tre settimane che il vestito era pronto,  ma tu non sei venuta alle prove, quando io avevo saltato sì una prova, ma avvertendo (e perché ero malata). Il 5 novembre, dunque,  manca poco. Decido di portare pazienza ancora per un po’ perché ormai siamo alla fine. La tizia mi assicura che entro qualche giorno si fa sentire. E indovinate un po’? Il 25 novembre, dopo tre settimane, non avevo ancora avuto notizie. Le mando un messaggio dicendo che andrò a ritirare il vestito così com’è perché sono stufa. Nessuna risposta. Il 28 novembre vado a ritirare il vestito, decisa a non pagare un centesimo o al limite a pagare solamente il materiale, e mi trovo davanti una commessa ignorante e urlante che non ho mai visto prima e che mi racconta un sacco di bugie. La sarta è malata gravemente (sic!) da due settimane e non ha potuto finire il vestito, che è ancora nella stessa situazione del 5 novembre. Allora, a parte il fatto che prima di ammalarsi ha avuto una settimana e non ha fatto niente lo stesso, a parte il fatto che doveva chiamarmi e come al solito non l’ha fatto, io sarei pure passata sopra a questo se la commessa, invece di urlare, mi avesse dato il mio vestito con mille scuse. Invece no! Si è rifiutata di darmelo a meno che io non pagassi 65 euro! Sessantacinque euro! Per il “lavoro” fatto? Coooooosa? In un paese civile, con gente civile, il minimo che potevano fare era prostrarsi ai miei piedi per scusarsi… e invece? Invece io entro nel negozio e prendo il vestito spintonando la commessa, la quale (da buona donna mediterranea) mi accusa di “averle alzato le mani” (stra-sic!) e chiama la sicurezza. La sicurezza ovviamente dà ragione a me, ma altrettanto ovviamente sostiene che io non posso prendere un vestito senza pagare il lavoro. Arrivano i carabinieri (chiamati per un furto all’interno del supermercato adiacente) e mi danno ragione, ma sostengono che non si può non pagare al momento del ritiro della merce. Bisogna pagare e poi eventualmente contestare il pagamento e chiedere un rimborso. Ho sbagliato io, insomma, a non farmi mettere nero su bianco la data di consegna del vestito finito. Prendete nota! Anche se ordinate una torta al pasticciere, dovete esigere che ci sia scritto nero su bianco quando ve la consegna, altrimenti può passare anche un anno e sono fatti vostri: non avete diritti.

Torno a casa, incazzata ma nemmeno tanto perché penso di non lasciar perdere. Per amor di correttezza, stamattina chiamo la signora in questione perché voglio parlare direttamente con lei. Le dico che è mia intenzione mettermi d’accordo pacificamente e che quindi rivoglio i soldi del “lavoro” e le lascio solo quelli del materiale. Apriti cielo! La tipa inizia a urlarmi contro che non ha tempo da perdere al telefono con me, che ne ha già perso troppo (lei, capito? Lei ha perso tempo con me.) e che devo ritenermi fortunata che non mi hanno denunciato e che lei aveva capito subito che io ero una che non pagava (e infatti non ha voluto l’acconto, anche se io glielo volevo lasciare!) e che mi sono comportata da bambina capricciosa perché ho voluto a tutti i costi riprendermi il vestito non finito. Io cerco di parlarle sopra e spiegarle come la vedo io, ma niente. Alla fine mi urla di mandarle pure una lettera che poi si vedrà e mi sbatte il telefono in faccia senza darmi la possibilità di parlare, di spiegare, di arrivare a un accordo.

Nonostante io abbia ragione, mi sono sentita urlare contro un sacco di falsità. A cosa serve essere accomodanti allora? A cosa serve contenere l’aggressività? A cosa serve essere educati e civili, se la si piglia sempre nel *BIP?

Siccome non ho intenzione di lasciar cadere la cosa, ho interpellato un’associazione di consumatori e vediamo cosa si può fare. Certo, sarebbe bello vendicarsi in qualche altro modo, ma io non ho amici di questo tipo. :-)

Quindi, a beneficio dei consumatori frustrati come me, ecco un elenco di associazioni a cui rivolgersi:

(*) Questa sarta lavora all’interno di un negozio di lavasecco e io ero già stata loro cliente per lavori di sartoria.
(**) Oggi al telefono ha detto che ha fatto male a darmi il numero di telefono perché di solito non lo danno ai clienti. E che io poi ho dato per scontato che lei guardasse quel cellulare, quando invece non lo guarda mai. Bella, eh? Hai un numero di telefono di lavoro e non lo guardi mai. Io non ho mai preteso che rispondesse di sera o nel fine settimana. Ma se non lo guardi mai…

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